Il banco di Santa Lucia

29 Settembre 2011
Tempo di lettura: 14 minuti circa

Tratto dal libro “Palamiti e fiocine” di Ernesto Piletti.

È una storia d’amore. Non voglio trarre in inganno per più di una riga la romantica mia gentilissima lettrice, e dirò subito che non si tratta di amore profano, bensì «quasi sacro»: dell’amore per il mare ed i suoi misteri che a dirla con Erasmo da Valvasson: «È l’arte nostra rigida e severa, / domatrice dei sensi et delli amori».

Col Banco di Santa Lucia, ci feci all’amore per più di vent’anni e quindi è una storia d’amore. Essa ha il suo inizio nel lontano tempo della mia adolescenza, quando, alla sera, in quel di Arenzano, dopo le giornate piene di pesca al bolentino, o al palamito di seta, pendevo letteralmente dalle labbra del vecchio « Luigi daa muntà » che mi narrava le proprie strabilianti avventure, ormai lontane nel tempo, di pesca a palamiti sulla « crenna de’ fosse », ossia, come seppi in seguito, al limite del « plateau » costiero. Ormai i pescatori arenzanesi non calavano i loro palamiti oltre i limiti delle 30 o 40 braccia e perciò i suoi racconti mi avvincevano talmente da rimuginarli poi per tutto l’anno, fino all’estate successiva. Più avanti, nell’anteguerra, quando finalmente potei armare la mia prima barca, il « Santa Barbara», gozzo di 21 palmi che ancor oggi mi presta un eccellente servizio, e potei avere anche un ben attrezzato magazzino da pesca (che, alla sera, era l’abituale luogo di raduno degli amici che avevano la mia stessa passione) incominciai a studiare la possibilità di allargare il raggio della nostra attività che, a quell’epoca, si limitava alla fascia costiera da Capo Mele a Genova, ed a sognare sulla vecchia carta « Dal Golfo del Leone allo stretto di Messina», l’unica in nostro possesso, eccezionali catture sui fondali rocciosi in quanto, per la loro distanza dalle coste, dovevano essere poco, o punto, sfruttati, quindi capaci di permetterci le allettanti prede dei racconti del vecchio Luigi.

invariabilmente, tutte le sere, dopo le più accese discussioni, sia pur completamente campate in aria, ritornavo a richiamare l’attenzione di Arturo, il mio fedelissimo secondo, su di un punto a 30 mg S-SW delTino ed a 20 mg. circa N-W di Gorgona dove la carta segnava un salto del fondale generale da 500 a 1.000 metri e dove era segnato un pinnacolo di circa 200 metri subito precipitante nell’abisso. Vedi – dicevo ad Arturo – se riuscirò a costruirmi una barca come la intendo io e faremo una calata di palamiti intorno a questo punto, altro che … « crenna de’ fosse! ». Terminata la guerra, potei finalmente dare attuazione al mio sogno terminando la costruzione dell’ottimo «Mae Moggie », seguito dopo brevi anni dal « Santa Lucia », che, oltre ad una perfetta attrezzatura nautica, dispone di uno scandaglio ultrasonoro di media potenza. Potevamo finalmente tentare l’esplorazione del famoso salto e del misterioso pinnacolo.

Nella tarda primavera del ’52, dopo giorni e giorni di attesa della bonaccia, passati a fantasticare ed a disputare di pronostici (sembrava che il Banco si fosse messo d’accordo con Eolo per difendere la sua verginità ad oltranza), Arturo mi telefonò da Genova il tanto sospirato inizio della calma piatta. Gli dissi di trovarsi pronto al porticciolo per l’indomani dopo colazione, e di avvertire Sandrino (il terzo di bordo) a Torino. Telefonai a Giulio a Milano e sentii che si trovava a Sestri Levante sul suo «Radiosa Aurora». Tanto meglio: lo avremmo imbarcato lungo la via. Mentre a tutta andatura percorrevo le ultime curve della Caminale, mi ricordai della Sirenetta, conosciuta l’estate prima a Capraia, e che, appassionatissima di pesca, mi aveva fatto promettere che l’avrei presa a bordo nel caso di una spedizione sul famoso fondale. Dovevo una riparazione alla Sirenetta: a Capraia, avendola invitata a fare due bordi sul «Miranda », dove a mia volta ero stato invitato dal suo proprietario, dovette assistere, fuori programma, mentre eravamo già ben lontani dalla costa, ad un duello rusticano a coltellate fra due suoi marinai. Mi sento ancora accapponare la pelle al solo pensiero. Una telefonata dalla stazione di arrivo della Camionale e… miracolo! Arrivando al porticciolo, dopo una visita lampo a mia madre, ecco la Sirenetta che sta attraversando la passerella del « Santa Lucia» recando un piccolo sacco da mare. A bordo già mi attendevano i marinai: Colin da Arenzano, Dionigi da Ponza ed il motorista Ghio da Sestri Levante. Arturo a poppa mi saluta, mi dà il « tutto pronto a bordo» e mi dice che Sandrino ha già telefonato dalla stazione: arriverà a minuti.

A questo punto, come al solito, lascio la parola al mio giornale di bordo:

15 maggio 1952. Ore 16:00 – Salpiamo dal porticciolo Duca degli Abruzzi, per un tentativo di pesca sul fondale 20 mg. N-W Gorgona. Mare calmo, vento O, cielo sereno, barometro 763 costante. Navighiamo a vista per Sestri Levante. Ore 18:30 – Diamo fondo, alla ruota, nel porto di Sestri. Da bordo del « Radiosa », Giulio ci saluta a gran voce. Gli comunico della spedizione in programma e che, fatte le provviste, ceneremo in porto, per poi salpare alle 20 per fare esca dalle lampare tra Sestri e il Mesco. Si precipita a bordo. La Sirenetta e Dionigi vanno per viveri, Arturo e Colin per ghiaccio.

re 20,30 – Salpiamo da Sestri Levante. Navighiamo a vista verso il Tino all’altezza delle lampare.

Ore 21,30 – Siamo in prossimità di Punta Mesco. Il mare brulica di lampare, ma nessuna è in pesca. Non vedono pesci. La Sirenetta si prende la cabina del comandante; Giulio ed Arturo le cuccette degli ospiti in saletta, ciò vuol dire che dovrò alternarmi con Sandrino nella cuccetta del deckhouse quando verrà il momento di dormire. Per il momento faccio il turno di guardia assieme a lui e con Dionigi al timone.

Ore 24:00 – Il barometro è sceso di due linee. Si leva lo scirocco e si trascina dietro un po’ di mare che ci coglie al traverso facendoci rollare. Nessuna lampara è ancora in pesca. Per consolarmi canto a Sandrino ed a Dionigi una selezione di operette.

16 maggio 1952 – Ore 02:00 – Il vento si rinfresca ed il mare aumenta, tanto che la risacca di Punta Mesco è noiosissima. Nessuna lampara ha ancora pescato. Talune spengono e se ne vanno. Le operette che conosco, e sono tante, le ho cantate ormai tutte, pertanto passo alla musica operistica; dopo alcuni brani della «Boheme» e dei « Pescatori di Perle» devo bissare il Lamento di Federico, a grande richiesta di Sandrino che si sganascia dalle risa; una scarpa di Arturo viene ad interrompere inopinatamente la mia vena lirica. Arturo sale nel deckhouse mentre abbordiamo una barca che finalmente è andata in pesca. Delusione: solo pochi chili di sgombri grossi, che non ci servono. Speriamo che qualcuno cali prima del levar del giorno: le sardine talvolta si prendono all’albore. Sentiamo freddo. Arturo scende e ricompare con una bottiglia di whisky. Ci riscaldiamo con ripetute sorsate. Il cielo comincia a scolorare. Le lampare si spengono una dopo l’altra e spariscono nel crepuscolo. Mentre si rischiara vediamo alcune barche che vengono da ponente e che entrano nel golfo di Levanto. Le inseguiamo a tutta forza con una vaga speranza nel cuore. Giunte a portata di megafono, ci fanno segno che non hanno pescato. Lascio il comando ad Arturo con l’ordine di portarci alla Spezia e di attraccare alla banchina vicino al Circolo della Marina. So di certo che a quel mercato del pesce troverò almeno una cassetta della tanto sospirata esca. Scendo in saletta e tento invano di dormire.

Ore 06:00 – Sento il motore rallentare e poi far manovra. Salgo in coperta in tempo per criticare la manovra di Arturo che, senza togliersi il toscano di bocca e tantomeno rispondere, mi indica col dito che il vento è girato a tramontana e che il barometro ha riguadagnato una linea. Mando Arturo e Dionigi, in taxi, al mercato del pesce: urlo all’autista insonnolito di volare. Ghio prepara il caffè mentre la Sirenetta, che ha fatto tutto un sonno dalla sera prima, sale in coperta, stupita di trovarsi alla Spezia. Credeva fossimo già in pesca sul Banco.

Ore 06:40 – Arrivano Arturo e Dionigi con due cassette di sardine grosse, freschissime. E’ un’esca stupenda. Le mettiamo in frigorifero e molliamo gli ormeggi.

Ore 07:20 – Usciamo dal golfo passando per il canale fra Tino e Palmaria. Barometro 762, vento da nord forza 2. Mare residuo da S-E. Cielo sereno. Sento nel cuore la certezza che questa volta arriveremo sul fondale, ma per scaramanzia la tengo per me. Dico agli altri che navigheremo sulla rotta prevista per un ‘ora esatta e poi deciderò in base alle condizioni del tempo. Ci portiamo di fronte all’isolotto del Tino per avere la Torre del Faro esattamente di poppa onde determinare al grado l’eventuale deriva dovuta alla corrente. Metto in mare il solcometro: so che mi segna esattamente il 3 per cento in più del percorso. Marietti, dell’Istituto Idrografico, mi ha da pochi giorni meticolosamente rifatto i giri di bussola e so che sulle mie bussole ci posso giurare. L’unica incognita è la corrente. Essa, a 5 mg. dalla costa, va normalmente a Ponente alla velocità di un miglio. Potrò controllarla, con esattezza al grado, rilevandomi sul Tino sino a quando rimarrà in vista, poi, con discreta approssimazione, sui monti più alti, ma spariranno anche questi e la superficie del fondale raggiungibile dal mio scandaglio ultrasonico è talmente piccola! Decido di far rotta ad 1 mg. ad Ovest del fondale e di accostare di 90 gradi quando il solcometro mi indicherà che ne avremo raggiunta l’altezza. Corrente o non corrente, il punto dovrà trovarsi per forza per S-E, ed alla peggio ci aiuteremo con lo scandaglio a filo, in nylon, che sorpassa i mille metri. Stabilisco turni al timone di mezz’ora onde poter esigere una rotta esattissima. Vi si alterneranno Arturo, Giulio, Colin e Dionigi. Di Sandrino non ne facciamo più i denari perché è troppo distratto, ormai, dalla presenza della Sirenetta, tanto che non va neppure a dormire.

Ore 08:30 – Percorse 10 mg. Siamo da mezz’ora nella zona della corrente costante. Traguardo col grafometro il Tino. Si trova per 180 gradi di rilevamento polare. La corrente è nulla.

re 09:00 – Il Tino s’intravede appena fra la foschia di bel tempo. Il vento è cessato, il mare è calmo. Faccio l’ultimo rilevamento del Tino per 180°. Perfetto!

Ore 10:00 – Bonaccia piatta e grande animazione a bordo. Abbiamo percorso 26,5 mg e fra venti minuti dovremo accostare.

Ore 10:22 – Percorse 30 mg. Riduco la velocità a 4 mg, accosto a sinistra di 90 gradi. Attacco lo scandaglio con tutta la potenza. Colin è al timone. Non so togliere gli occhi dal quadro del grafico dello scandaglio sul quale le punte si avvicendano senza marcare nulla. Dietro di me stanno tutti col fiato sospeso.

Ore 10:37 – Intravedo ed indico ai compagni una sfumatura, quasi impercettibile, che va man mano salendo e rinforzandosi al limite delle 200 braccia. Hurrà, lo abbiamo trovato. Ci abbracciamo commossi. Do l’ordine di innescare i palamiti: per scaramanzia non lo avevo fatto prima. Tutti si mettono al lavoro, ad eccezione di Colin che rimane al timone e segue i miei ordini di rotta, dallo scandaglio, per trovare il punto di minor fondale, con brevi e frequenti accostate non appena il fondo accenna ad aumentare. Leggo,gridando ai compagni, le varie quote: 240, 220, 200 metri … dovrebbe essere questa la punta del famoso pinnacolo, e poi, con nostro stupore, 180, 160, 150 e su, su ancora. Dico agli amici: «Sta’ a vedere che andiamo in secca! ». Arriviamo fino a 135 metri, poi il fondo improvvisamente precipita. Accosto per 180 gradi, ritrovo i 140 metri poi il fondo dolcemente digrada fra i 150 e i 160 metri. Mi rendo conto che abbiamo fatto una scoperta importante, ma non ho il tempo di commentarla con gli amici. Ci fermiamo, lasciando lo scandaglio in funzione mentre Colin prepara la prima caluma da fondo.

Ore 11:15 – Siamo su 150 metri. Primo gavitello con bandiera a mare. L’asta con la bandierina bianca e rossa è assolutamente ferma nella bonaccia piatta. Colin fila a mare la prima caluma di 100 braccia mentre ci mettiamo lentamente in moto con Sandrino al timone. Attacchiamo un piombo di due chili ed Arturo comincia a filare il primo dei sei palamiti con braccioli di nylon del 120 ed ami del 6. Dallo scandaglio impartisco a Sandrino gli ordini di rotta. Risaliamo il fondo fino a 140 metri: quando questo precipita a picco rimango in rotta fino a che lo scandaglio non marca più, segno che abbiamo sorpassato i 350 metri di fondo e che un palamito scenderà a perpendicolo contro la parete rocciosa. Raccomando ad Arturo di filare in banco perché il palamito si distenda bene, accosto a dritta fino a ritrovare il fondale di 300 metri che seguo per un intero altro palamito. Accosto ancora a dritta; il fondo qui risale un poco più dolcemente e distendo altri due palamiti in una larga « S » rovesciata su di un fondo che varia dai 150 ai 200 metri, poi proseguo per Ovest con altri due palamiti calati a duglie larghissime. Fra’ il 2° e il 3° palamito abbiamo filato a mare una caluma di sicurezza, lo stesso abbiamo fatto fra il 4° e il 5°. La caluma finale è stata calata in un fondo di 200 metri, assicurata ad un gavitello con bandierina; le due di sicurezza, a gavitelli comuni.

Ore 12:30 – Terminiamo di calare e brindiamo al banco che abbiamo scoperto, con un aperitivo robustissimo preparato da Giulio. Ci precipitiamo su una squisita pastasciutta al sugo di tonno, una delle tante specialità culinarie di Ghio; la Sirenetta si rivela una «hostess» perfetta cuocendoci delle ottime bistecche. Tutto sparisce nelle «bramose canne» in pochi minuti, un po’ per la fame, un po’ per il desiderio di incominciare a salpare i palamiti e nella profondità azzurra: è una superba cernia preabissale che ha abboccato una perchia rimasta attaccata all’amo. Una gemella la segue poco dopo. Poi ancora molti, troppi braccioli strappati ed altri pesci mangiati dai loro compagni. Salpiamo ancora tre palombi della stessa misura del primo e poi, ritornati sul «plateau », ancora perchie e triglie imperiali. Ne concludo che il fondo è pescosissimo, tuttavia vi sono pesci voracissimi che impongono di calare e salpare immediatamente, e che il punto migliore per la pesca è sulle pareti a S-E, che scendono a picco. Ne terrò conto le prossime volte. Varie afferrature sul fondo, sia al palamito che alle calume di sicurezza, hanno fatto perdere molto tempo ritardando la salpata, con pregiudizio certo del bottino.

Ore 17:40 – Abbiamo terminato di salpare l’ultima caluma. Ci mettiamo in rotta per Sestri Levante, che dista circa 40 miglia. Il mare è calmissimo: la prua del «Santa Lucia» fende superbamente l’acqua, alla velocità di crociera di 10 nodi. Ghio, il motorista, si è messo al timone; Dionigi e Colin, a poppa, incominciano a districare calume e a rassettare i palamiti. Giulio e Arturo, allegrissimi, brindano ripetutamente al Banco di Santa Lucia, mentre Sandrino aiuta la Sirenetta a preparare il té. Vado a prua. Ho l’animo in tumulto perché mi rendo conto, soltanto ora, che uno dei miei sogni più cari, pur essendosi trasformato in una brillante realtà che di gran lunga ha sorpassato il sogno stesso, è però in pari tempo finito. Il sole cala sull’orizzonte. E’ l’ora dell’Ave Maria e « una soave volontà di pianto / l’anima invade ». Guardo lontano, oltre la scia, il punto del banco e rimango a lungo pensoso. Ad un richiamo della Sirenetta, mi scuoto e raggiungo gli amici a poppa. Qui l’allegria, aiutata dalle libagioni (si beve rhum con un po’ di té), è giunta al parossismo. Sento il mio secondo, Arturo, che a tutti i costi vuol cedere al comandante del «Radiosa» il Sandrino per sole 50 Lire senza venirne a capo.

Ore 21:40 – In rotta precisa arriviamo al Porto di Sestri e diamo fondo alla ruota. La Sirenetta riparte per Genova. Colin trasborda Giulio sul «Radiosa». Io scendo nel deckhouse a riporre le carte nautiche di cui mi sono servito. Nel far questo mi cade sottomano una Carta francese. Chiamo Arturo e Sandrino e distendo la carta sotto la lampada del tavolo da carteggiare. Dico: «Vedete … questa è l’Isola del Levante, qui c’è il faro del Titan; a 5 miglia a Ponente di questo faro, fuori dalle acque territoriali francesi, c’è il Banc du Magaud dove nessuno ci pesca e…»

Incomincia una nuova, ma più breve, storia d’amore.

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Legge 04/08/2017 n° 124

Soggetto erogante: Regione Toscana

Contributo ricevuto: € 704

Causale: contributo fondo perduto

Progetto: sostegno eventi sportivi

Anno erogazione: 2022

Totali: € 704

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Ogni yacht, sotto la sua esclusiva responsabilità, decide se prendere o no la partenza, o se restare in gara.

I concorrenti partecipano alla regata e alla parata a loro rischio e pericolo e sotto la loro responsabilità a tutti gli effetti.

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Sono dunque essi che dovranno accertarsi che siano state stipulate le assicurazioni necessarie per coprire tutti i rischi, ivi compresi quelli verso terzi. È competenza dei comandanti decidere in base alle capacità dell’equipaggio, alla forza del vento, allo stato del mare, alle previsioni meteorologiche ecc. se uscire o non uscire in mare e prendere parte alle prove in programma.

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Il comandante è responsabile del comportamento del suo equipaggio e sanzioni possono essere contro di lui adottate, sino alla radiazione dello yacht dalla prova considerata, senza che altre sanzioni siano escluse.

Come valutiamo il valore storico delle imbarcazioni

La denominazione stessa della associazione indica un’attenzione al valore storico piuttosto che quello di età. Certamente le imbarcazioni di legno e di acciaio anteriori al 1951, quelle indicate come barche d’epoca, hanno sempre e comunque il diritto ad essere dichiarate di valore storico, e lo hanno sicuramente anche le barche considerate classiche, cioè costruite in esemplari unici fino al 1984.
Hanno valore storico le barche che hanno compiuto imprese degne di nota anche se sono recenti e appartengono a serie in vetroresina. Per le imbarcazioni di serie sono stati affinati i parametri che le rendono storiche.

Sono ammesse imbarcazioni:

  • in legno costruite in fasciame classico;
  • costruite in lamellare di legno, strip planking, fasciame incrociato, doppio fasciame, compensato marino anteriori al 1980;
  • in acciaio o alluminio il cui progetto/costruzione abbia un valore storico o rappresenti una realizzazione artigianale che dimostri conoscenza delle tecnologie progettuali e costruttive e valore culturale purché anteriori al 1975;
  • in fibra di vetro solo se appartenenti ad alcuni cantieri e progettate da alcuni progettisti che garantiscano la storicità del modello e di costruzione anteriore al 1984.

C&N, Nautor, Baltic, Hinkley, C&C, Solaris, Benello, Nordcantieri, Alpa, Comet sono un esempio di cantieri di cui apprezziamo la produzione e riconosciamo la storicità.
Sparkman&Stephens, Camper&Nicholson, Frers, Peterson, Holland, Carter, Sciarrelli, Vallicelli, Sciomachen sono fra i progettisti di imbarcazione di valore storico.
Sono ammesse le prime 5 imbarcazioni in vetroresina delle serie costruite da qualsiasi cantiere purché anteriori al 1984.
Sono ammesse imbarcazioni di altri cantieri e altri progettisti non contemplati nella lista solo su valutazione del Comitato Tecnico all’atto della richiesta di iscrizione.

Secondo la loro forma di carena, velatura e stima delle performances saranno inserite in adeguate classi in funzione delle condizioni di vento.
La manifestazione può riunire barche costruite in un arco temporale di oltre 100 anni e l’esperienza insegna che, con qualsiasi tipo di handicap, è impossibile confrontare in regata barche così diverse.
Le regate si corrono quindi in tempo reale e le barche vengono suddivise in classi di similitudine di performance in quella data condizione metereologica, valide quindi solo per ogni singola edizione del raduno.
Non è quindi possibile definire in anticipo in quante classi la flotta sarà suddivisa, né in quale classe sarà inserita ogni barca. Le classi saranno note solo alla vigilia del raduno quando sarà chiaro il quadro delle condizioni metereologiche e quindi delle performance che varie tipologie di barche potranno sviluppare.
Per cercare di riparare a ingiustizie che potrebbero evidenziarsi al cambio dell’intensità del vento rispetto a quello previsto, invitiamo i partecipanti a lanciare sfide dirette a quelle barche che, anche se inserite in classi diverse, rappresentano loro diretti avversari; i risultati di queste sfide aiutano a dare soddisfazione ai partecipanti che si sentono mal giudicati dalla classifica generale.
Per le barche d’epoca e classiche iscritte all’AIVE e munite di rating CIM è prevista una classifica in tempo corretto. Anche le imbarcazioni progettate secondo il regolamento IOR, se presenti in numero significativo, potranno essere classificate secondo gli originari compensi ORC.

Ma, vogliamo precisare che il raduno non è solo la regata. Lo scopo della nostra associazione è la salvaguardia delle barche del passato, della storia dello yachting, della progettazione, delle tradizioni nautiche.
Oltre alle prove in mare ci saranno conferenze, visite ai cantieri di restauro, incontri e allegria per tutti.

Iscrizione Capraia Sail Rally e Vele Storiche a Punta Ala 2025

Capraia Sail Rally e Vele Storiche a Punta Ala

Quota di iscrizione 400€ fino a 12 mt, 500€ fino a 18 mt, 600€ oltre 18 mt.

Per estendere la partecipazione a Vele Storiche a Punta Ala, evento collegato al Capraia Sail Rally, oltre alla quota di iscrizione, è previsto un supplemento di 200€, ridotto a 100€ per i soci VSV.

Vele Storiche a Punta Ala

Per partecipare solo al primo Raduno Vele Storiche a Punta Ala è prevista una quota di iscrizione di 200€ fino a 12 mt e 300€ per le imbarcazioni di lunghezza superiore.

Avendo per questa prima edizione di Vele Storiche a Punta Ala un numero limitato di posti barca, questo evento potrà accogliere le prime 15 barche che avranno completato le procedure di iscrizione.

Per entrambe le manifestazioni le iscrizioni verranno chiuse il 12 maggio.

Ogni richiesta successiva a questa data sarà sottoposta all’insindacabile giudizio degli organizzatori.

Compila il modulo (i campi contrassegnati da asterisco sono obbligatori), quindi clicca sul pulsante INVIA.

La quota deve essere versata, contestualmente all’iscrizione, a mezzo bonifico bancario intestato a:
Vele Storiche Viareggio
IBAN: IT25I0503402802000000570000

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