La prima barca

3 Agosto 2011
Tempo di lettura: 10 minuti circa

Il primo dubbio mi assalì appena arrivato. Un amico mi aveva suggerito dove andare a cercare una barca usata ed io, presa la macchina, senza indugi avevo raggiunto la periferia della città dove c’erano alcuni cantierini navali. Non avevo nemmeno telefonato a casa per avvertire che avrei ritardato, tanta era la smania della mia ricerca.
Mi trovavo di fronte all’entrata del Cantiere Navale Capo Horn. Il nome sembrava promettere forti emozioni, da lupo di mare, ma tutto finiva lì, davanti alla tabella metallica fissata sulle ventitré, sopra un muro di cemento mezzo sgretolato e con numerosi mattoni a vista. Neppure la tabella, ad onor del vero, era in condizioni di salute migliori del suo supporto, il muro. Era cosparsa di macchie di ruggine e sembrava preda di una malattia della pelle che le concedeva scarsissime speranze di sopravvivenza. Deluso e indeciso, mi concessi prima alcuni attimi di riflessione, poi, spinto dalla curiosità, entrai. Conoscevo l’amico da una vita e nonostante ciò, ogni volta che mi prospettava affari favolosi, oppure occasioni uniche, io gli credevo e finivo per ascoltarlo.
Ero cosciente che l’indecisione è quel momento della vita di un uomo nel quale egli si trova ad un bivio. Dalla sua scelta dipenderà il futuro e spesso la sua stessa sopravvivenza. Ebbene, così accadde a me. Mai e poi mai avrei immaginato che quel giorno, entrando, la mia esistenza avrebbe subito una svolta tale da fare impallidire quella d’Adamo che, invece di strappare di mano ad Eva la famosa mela e rimetterla immediatamente sul ramo, anche incollandola o legandola col picciolo troncato, aveva abbozzato, rendendosi complice per l’eternità di quell’imprevedibile femmina. Ma questo fa parte del senno di poi e di questo senno di poi abbiamo piena la storia dell’umanità e, poi, e lo dico fuori dai denti: a me ha dato sempre fastidio quando mi hanno fatto notare che il mio era un senno di poi. Poi, naturalmente.
La vita si rigenera nel tempo, diceva mio nonno. Continua in un’eterna ripetizione di se stessa. Dai semi dei frutti nascono nuovi alberi che sembrano gli stessi d’altri visti prima, gli animali si riproducono pari a se stessi, tanto che a prima vista non saremmo capaci di distinguere un uccello da quello che l’ha covato. Capita pure agli uomini, anche se a noi non sembrano tutti uguali, padri, figli, nipoti, eccetera. Siamo in grado di distinguerli. Solamente il mio amico è diverso. Lui non è nato da uomo e donna. Per lui non c’è una matrice. E’ unico. Non è umanamente possibile che qualcuno si sia rigenerato in lui. Non credo che la natura possa, negli anni passati, aver riprodotto uno come lui. Sarebbe passato alla storia, o se ne troverebbero tracce nei testi scientifici, magari nel capitolo delle stranezze naturali.
Quest’uomo è nato, anzi, è meglio dire è apparso e nello stesso istante e diventato consulente, consigliere, suggeritore, immancabile fornitore dell’unica soluzione per chiunque ha la sventura di essergli amico. Ed io, in particolare, lo sono!
Ma torniamo al cantiere navale. Come vi stavo raccontando: entrai.
Il portone metallico, largo a sufficienza per consentire il passaggio di un autocarro, aveva inserita una porticina. La mancanza di un campanello e di qualsiasi tipo di serratura e maniglia mi facilitarono e poggiando il palmo della mano, spinsi decisamente il piccolo battente verso l’interno. Mi rallegrai per la tabella di prima, le sue condizioni si potevano con certezza considerare migliori di quelle del portone che era una lastra di ruggine compatta. Superai la porticina richiudendola alle spalle. Cigolò disperatamente, ma non andò in polvere.
Per un attimo fui tentato di uscire e rileggere il messaggio della tabella. Forse non avevo notato qualche altra scritta, che, con maggiori ragguagli, era in grado di specificarmi dove effettivamente si trovava il cantiere, poiché la scena che mi si parava innanzi agli occhi, appena dentro, non poteva che essere quella che contraddistingue un deposito di rottami e immondizie. Una discarica di immondizie.
Osservai il panorama con maggiore attenzione ed ebbi l’impressione di trovarmi in un documentario che descriveva gli effetti prodotti dai bombardamenti alleati dell’ultimo conflitto mondiale. Era una distesa confusa di legni, traversine arrugginite, bidoni ammaccati, spezzoni di cavi, vasi vuoti di pitture, materiali di forme e colori vari difficilmente identificabili che, in un disordine spaventoso, riempiva lo spazio di terra, ghiaia, pozzanghere e modesti tratti di cemento. Sullo sfondo, appena distinguibile, la distesa azzurra del mare. La presenza di quell’azzurro mi rinfrancò, difficilmente avrebbero permesso una discarica in riva al mare, se non altro per evitare inquinamenti. La mia era più una speranza che una certezza, visto l’insieme di rifiuti che avevo di fronte.
Un esame più accurato del materiale disordinatamente distribuito, mi fece riconoscere, quasi mimetizzate, alcune forme che indiscutibilmente ricordavano delle imbarcazioni; una decina di motoscafi e almeno tre o quattro barche a vela, di cui, solamente una aveva l’albero. C’erano pure dei vecchi argani arrugginiti con avvolti sui tamburi grossi cavi d’acciaio ricoperti di grasso secco e sporco, come la carta moschicida dimenticata appesa per anni. Erano pezzi da museo, certamente trafugati in qualche vecchia miniera abbandonata già dai primi anni del secolo. Del secolo diciannovesimo, per intenderci.
Avevo passato gli ultimi mesi a studiare un’intera biblioteca di testi nautici. Aspirante navigatore e maniaco lettore di libri didattici in generale, avevo voluto farmi prima una cultura in materia. Non avrei certo affrontato il mare senza documentarmi. Ma nonostante tutte le nozioni assimilate, ancora non ero riuscito a riconoscere qualcosa per cui in quel momento potevo avere la certezza di affermare: “Sì. Quello è indubbiamente un bozzello, oppure una pastecca!” A parte gli scafi, appena riconoscibili, il resto era ricoperto di polvere e talmente sporco da confondere anche il tecnico più esperto.
M’incamminai tra i cumuli di rottami scoprendo subito che le grosse travi che stavo scavalcando appartenevano agli scivoli dove si alano le barche. Infatti, il grasso che li ricopriva e avrebbe permesso agli scafi di scivolare meglio, svolgeva egregiamente il suo scopo anche con chi, come me, ci passeggiava a piedi. Lo pensai rialzandomi dolorante e con il fondo dei pantaloni irrimediabilmente sporco.
Avevo ormai deciso di andarmene, prima di rimanere coinvolto nel crollo di qualche catasta di legname, quando avvistai poco lontano un gabbiotto di legno con delle finestre dai vetri opachi. Sopra una porta sgangherata c’era scritto “Direzione” dipinto a mano con della pittura rosso minio.
M’infusi coraggio e mi diressi là, speranzoso di incontrare un essere umano. Finora avevo visto solamente un paio di gatti magri dai musi disperati come i sopravvissuti ad una prolungata carestia e alcuni gabbiani che volteggiavano su quella distesa di rottami come avvoltoi sui resti di una carovana di pionieri dopo il passaggio di un centinaio di indiani con la luna particolarmente storta.
Appena raggiunto il gabbiotto, diedi una sbirciatina dentro approfittando di un punto meno lurido della finestra: era effettivamente un ufficio o, perlomeno, quello doveva essere l’intendimento del suo estroverso arredatore. Piccolo, male illuminato, ingombro d’antiquati mobili di legno dagli stili più disparati e di un tipo grosso, più disteso che seduto, su di una seggiola di legno e con i piedoni appoggiati sul ripiano della scrivania: il direttore, senza ombra di dubbio, vista la posa rilassata.
L’uomo mi dava le spalle e teneva nella mano sinistra un giornaletto a fumetti, mentre con l’indice dell’altra mano era tutto intento a ispezionarsi un orecchio. Doveva essere giornata di pulizie generali, pensai, speriamo che poi passi anche a ripulire il cantiere. Bussai, spinsi la porta che si aprì con notevole difficoltà e m’introdussi nel bugigattolo.
<> mi annunciai, sfoggiando il mio miglior sorriso.
L’uomo sollevò appena lo sguardo dal giornaletto e mi guardò storto, rimanendo in silenzio. Era un tipo corpulento. Aveva la barba lunga di una settimana, quattro peli sul cranio a cuspide, il doppio mento, se non triplo, e vestiva una logora tuta blu con il marchio di una nota fabbrica di motori marini sul taschino sdrucito. Sotto un nasone bitorzoluto e rosso sanguigno, aveva un paio di baffoni incolti che, se non fosse stato per gli occhi e il naso che vi s’interponevano, avrebbero potuto tranquillamente confondersi con le folte sopracciglia. Assomigliava ad un tricheco, tanto che un tricheco genuino ne sarebbe stato legittimamente invidioso.
L’omone tolse i piedi, calzati di un vecchio paio di scarpe da tennis bianco sporco, dal ripiano della scrivania e, senza alzarsi, con lo sguardo serio mi fece cenno di sedere su di una seggiola di legno dall’apparenza instabile, almeno quanto il resto dell’arredamento, per non parlare dell’intera struttura della “Direzione”. Dalla faccia sembrava che si fosse aspettato un ufficiale giudiziario, venuto per eseguire un pignoramento. Aprì la bocca senza emettere alcun suono. Lo prevenni subito, per spiegargli il motivo della mia visita.
<> dichiarai, speranzoso che tale notizia lo avrebbe scosso quel tanto da rianimarlo e fargli profferire almeno qualche parola.
Il tricheco balzò in piedi, esibendo sotto il cespuglio dei baffi un sorriso più di sollievo che di gioia e senza permettermi di continuare, sbottò:
<> e si mise a ridere sguaiatamente, mostrandomi l’interno di una caverna dove ad ogni dente, quando c’era, corrispondeva una vistosa impiombatura metallica. Aveva nella bocca tanto di quel piombo da ricavarne pallottole sufficienti a sostenere un prolungato assedio.
Convinto di aver appena detto una spiritosaggine degna del miglior comico da cabaret, mi afferrò la mano nella sua e la strinse calorosamente, scuotendola come se il mio braccio fosse la leva del cric e lui impegnato a sostituire la ruota bucata mentre partecipa ad un rally.
Durante l’operazione, ricordai la sua precedente attività di pulizia e mi sforzai di pensare ad altro.
<> precisò, al colmo della felicità <>
<> dissi, liberando con difficoltà la mano dalla sua stretta.
< commentò scuotendo il testone, come se il mio cognome avesse per lui un particolare significato, o risvegliasse chissà quali profondi pensieri.
<> domandò, mentre gettava sul tavolo il fumetto e s’infilava in bocca la rimanenza spenta di un sigaro toscano che aveva raccolto da un ammaccato posacenere di latta. La faccia pelosa gli era rimasta atteggiata in un ampio sorriso, mentre gli occhi sporgenti, caratteristica che avevo dimenticato di precisare, avevano assunto quella luce che, sono certo, avrebbero assunto quelli di un tricheco di fronte ad un secchio colmo di merluzzi freschi.
<> iniziai, infondendomi coraggio e sfilando di tasca la pipa per iniziare la cerimonia di riempimento. Farlo mi dava maggior sicurezza e tempo per pensare e valutare le parole.
<> esclamò, interrompendomi nuovamente. <> si accese il mezzo sigaro con un fiammifero da cucina che poi gettò alle sue spalle, incurante del fatto che fosse ancora acceso. Lanciai una fugace occhiata alla porta, pronto a battermela nel caso la baracca dovesse andare a fuoco.
<> precisai subito <>
<> taglio corto, alzandosi e spingendomi fuori della baracca. <> Mi afferrò sottobraccio trascinandomi fuori, tra i cumuli di materiale da demolizione. <>
Svoltò dietro una catasta di legname e s’immobilizzò di colpo, assumendo un’espressione estasiata e stringendomi il braccio all’altezza del gomito.
<> Nel dubbio che non l’avessi notata, allungò il braccio libero per indicarmela con l’indice sporco della mano.
Mi sentivo come un ebreo che davanti alle acque aperte del Mar Rosso, guarda il dito di Mosè che indica la Terra Promessa. Ma solo per una frazione di secondo, però.
Davanti a me, semi nascosta da alcuni barili arrugginiti e priva dell’albero, c’era una barca di legno tugata, lunga circa una decina di metri. Ci rimasi come uno scemo: sembrava un relitto abbandonato dalla burrasca.
<> protestai. <>
<> fece lui, guardandomi con un’espressione di ribrezzo. <> Scosse il testone, deluso. <> Mi lasciò andare il braccio scostandosi da me. <>
Si allontanò voltandomi le spalle e scrollando il testone, lasciandomi da solo. Poi, fatti alcuni passi, si girò per darmi un’ultima occhiata sprezzante.
<> commentò sostenuto. <> E aggiunse, tanto per confermarmi la sua bassa opinione: <>
Lo guardai mentre si allontanava, con le mani infilate nelle tasche della tuta e il capo incassato nelle spalle; sembrava veramente offeso.
Rimasi da solo, mesto e sconcertato. Ero deluso, anche se non meravigliato del tipo di barca che avrei potuto trovare in qual disastrato cantiere navale. Però, la splendida giornata d’aprile e il cielo terso mi trattennero a godermi il tepore del sole e così, visto che c’ero, mi avvicinai allo scafo per darci almeno un’occhiata. Più con la curiosità di chi si era divorato un sacco di libri sulla storia della navigazione, che per interesse all’eventuale acquisto.
La Rosamunda se ne stava pesantemente appoggiata su di una fatiscente accozzaglia di materiali da scarto, la lunga chiglia con la colomba affogata in una pozzanghera fangosa.
Qualcuno armato di fiamma, aveva bruciato e raschiato via la pittura bianca che un tempo aveva ricoperto il fasciame dei fianchi e l’opera viva portava ancora i segni, ormai rosati, della pittura antivegetativa di almeno una generazione precedente. Lo scafo era sì pancione, ma dovetti ammettere che aveva una linea affusolata e, nel contempo, antica e affascinante. Guardandolo, ci si sentiva trasportati di almeno una settantina d’anni nel passato. Aveva il tagliamare arrotondato, la poppa sfuggente con lo specchio piatto e largo, da cui sbucava un arrugginito tubo di scappamento, quasi un’imitazione del Toscano in bocca al direttore del cantiere. Nel mezzo, avvitata, una tavoletta di mogano rettangolare con gli angoli arrotondati e con un nome inciso a caldo: Rosamunda.
Passai il palmo della mano lungo il fasciame. Tra un corso e l’altro era andata persa la stragrande parte di calafataggio, ma le tavole erano lisce e calde. Sembrava di accarezzare un antico mobile di legno, pieno di ricordi e di storie di vita vissuta. Ne provai piacere e così iniziai a girare attorno alla barca, cominciando dalla mezzeria del fianco sinistro.
Sotto la prora mi soffermai ad ammirare il puntale d’acciaio sul quale si notavano dei golfari dove sarebbero dovuti essere fissati gli stralli. Erano grossi e robusti. Superai il dritto di prua, e continuai l’ispezione dirigendomi verso poppa. Incontrai le lande delle sartie, tre e larghe come la mia mano, con quattro dadi passanti ciascuna. Eccezionali, pensai, veramente forti. Giunto a poppa mi dedicai allo studio dell’elica, grossa, anzi enorme e con tre pale. Sarebbe stata adatta per un peschereccio.
Mi allontanai, retrocedendo, per riuscire a sbirciare sopra la coperta. La tuga alta e bombata, aveva lateralmente dei grossi oblò rettangolari e attraverso i vetri luridi si scorgevano dei brandelli di tendine dai colori smorti.
Altro non mi era possibile vedere.
Ad osservarla da fuori, all’asciutto, come abbandonata su quelle traversine di treno in disuso, sostenuta lateralmente da alcuni bidoni e da grosse zeppe di legno, faceva pena. La colomba era spessa e tutta butterata dove la ruggine l’aveva mordicchiata e da prora arrivava quasi fin sotto lo specchio di poppa, con l’enorme pala del timone. Il tutto ricordava un grosso cetaceo con la pinna a terra e la pancia all’insù.
Chissà in che stato erano l’interno e la coperta? Mi stavo chiedendo, assaporando la possibilità, se dentro vi avrei trovato qualche antiquato accessorio. Forse avrei potuto acquistarlo per la mia collezione di vecchiume marittimo.
Notai sotto lo scafo, abbandonata a terra, una scala di legno a pioli. Era parecchio malconcia e i pioli, posti di sghimbescio, stavano attaccati con i più disparati sistemi: chiodi, viti, legacci e filo di ferro, ma in ogni caso pareva abbastanza solida da sopportare i miei ottanta e più chilogrammi di peso. Presi la scala e l’appoggiai contro la falchetta di dritta, poi, con cautela iniziai a salire.
Man mano che la mia vista iniziava a spaziare sulla coperta, mi rendevo conto che, sebbene vecchia e malconcia, la barca era il vero prodotto d’esperti artigiani dì un tempo. Uomini oramai inesorabilmente rarissimi, se non scomparsi. Il legno mi affascinava da sempre, fosse anche in una modesta cassapanca.
Ordinate file di teak, da poppa si distendevano regolarmente fino a rastremarsi verso la prora aguzza. Peccato che anche qui il calafataggio era in pessimo stato. Montai sulla coperta afferrandomi al tienti bene fissato sul cielo della tuga. Questa aveva i fianchi di mogano e il cielo, un tempo bianco, lasciava intravedere sotto la pittura secca i fogli di tela con cui era stata ricoperta per renderla impermeabile. Il passaggio laterale, abbastanza largo e agevole, m’invitava sia a dirigermi verso prora, sia a calarmi nel pozzetto che, a vedersi stando in piedi, dava l’impressione d’essere spazioso e ben riparato dai colpi di mare. Optai per il pozzetto.
La Rosamunda aveva la barra, o meglio aveva per barra un tozzo, lungo e arcuato palo di legno che si faticava a stringere in mano e qualcuno ne aveva fasciato l’estremità con un logoro cavetto. Dietro la barra passava il trasto della scotta della randa e a poppavia dello stesso si apriva in piccolo boccaporto. Rimandai l’ispezione del gavone di poppa per dedicarmi alla tuga. Due portelle composte di listarelle di legno, sistemate come le persiane delle finestre, la chiudevano, mentre sopra c’era il boccaporto scorrevole. Ci voleva parecchia immaginazione, ma ero certo che se qualcuno le avesse riportate a legno e poi lucidate, avrebbero sicuramente creato l’atmosfera di un vecchio veliero. Spalancai le portelle e aiutandomi con una spallata, feci scorrere il boccaporto, aprendo l’interno della Rasamunda alla mia curiosità e alla luce del sole.
Una breve scaletta dai gradini consunti, permetteva di scendere sotto coperta e n’approfittai per ritrovarmi nella penombra di un’ampia tuga, sufficientemente alta da concedermi di rimanere comodamente ritto. Mi fermai ai piedi della scaletta. Il tempo si era congelato a bordo della vecchia barca. L’arredamento interamente di mogano, scomodo e angusto, creava un’atmosfera irreale da fiaba incantata. Sotto almeno tre dita di polvere, potevo distinguere alla mia sinistra un piccolo tavolo da carteggio con sopra, a paratia, la strumentazione, un vecchio orologio d’ottone, un barometro che faceva copia con il primo e sotto un ripiano dal quale facevano capolino gli angoli maltrattati di alcune ingiallite carte nautiche. Su di una mensola, un paio di quadretti nautici, un compasso a due punte e alcuni mozziconi di matita. A dritta, il cucinino con un modesto lavandino e un fornello basculante a gas, o almeno ciò che ne rimaneva dopo essere stato corroso dalla ruggine. Avanzai sul pagliolo scricchiolante per trovarmi nel mezzo della tuga, a fianco della dinette composta di una cuccetta e di un tavolo regolabile in altezza, entrambi muniti di un’alta sponda. Di fronte, un’altra cuccetta con sopra degli stipetti con le portelle sfondate. Sopra a tutto, un’infinità di oggetti: matasse di cavo, un mezzo marinaio dal manico rotto, un secchio senza fondo, vecchi bozzelli di legno, manciate di viti di ottone ormai verdi per l’ossido e alcuni giubbetti di salvataggio sbrindellati. Sembrava un vascello fantasma, abbandonato in tutta furia da un equipaggio terrorizzato, ma soprattutto disordinato.
Una porticina separava la parte centrale da quella di prora e, non senza sforzo, l’aprii per ritrovarmi in un locale più angusto e, come costatai subito, ben più basso del precedente, visto che uno dei bagli della tuga si scontrò senza alcuna pietà con l’apice della mia testa. Fu così doloroso che le mie imprecazioni riuscirono a risvegliare l’intero scafo che, ne sono certo, ad un eventuale osservatore esterno sarebbe parso vibrare come investito da una tromba d’aria.
Attesi alcuni secondi che il dolore si attenuasse e mi ritornasse la vista.
Il locale di prora era ingombro di sacchi di tela olona grigia di polvere, erano mal chiusi e si potevano scorgere all’interno le vele che qualcuno vi aveva spinto dentro a viva forza. Verso l’estrema prora, un ammasso di catena ricopriva pudicamente una vecchia ancora Ammiragliato ancora ricoperta di fango secco e alghe ammuffite. Mi girai lentamente, stando ben attento a tenere il collo piegato, memore della collisione con il baglio e scostai una tenda di plastica che copriva la parte a dritta del locale.
Come all’inaugurazione di un monumento, la tenda mi rimase tra le mani afflosciandosi su pagliolo e così scoprii i servizi igienici della Rosamunda. Una piccola tazza di ceramica tutta sbrecciata, senza coperchio, e posta su di un rialzo di legno da cui si ergeva una leva dal manico di legno, certamente la pompa del gabinetto.
La mia fervida immaginazione stava caparbiamente scontrandosi con la parte del mio cervello dove mi auguro alloggi il mio scarso buon senso e il mio discutibile raziocinio. E mentre una vocina mi suggeriva di interrompere la visita e abbandonare velocemente la barca, prima di rimanere preda di un assalto di tarli grossi come castori, un’altra vocina insinuante mi spingeva ad immaginare quell’insieme fatiscente di legno marcio, interamente ristrutturato, lucidamente dipinto e arredato di cuscini ed ottoni brillanti. Sempre chino per proteggermi la zucca, mi mossi verso la scaletta per salire in coperta.
<> disse il testone che da sopra il boccaporto si sporgeva all’interno eclissando la poca luce che rischiarava la tuga. Visto contro luce, il signor Beppe, era un’apparizione terrorizzante.
Mi astenni dal rispondere, mentre mi avvicinavo alla fonte della voce e, come dovetti costatare, anche alla fonte di una prepotente puzza d’aglio che stava invadendo l’interno della barca. Una puzza così avrebbe allontanato anche i vampiri più testardi. Alcune briciole di pane nevicavano dall’alto: l’omone stava mordendo un panino ripieno, grosso come la valigia di un rappresentante d’aspirapolvere.
<> insisté il signor Beppe, bofonchiando a bocca piena <>
Forse avrebbe fatto meglio a dire “Fede”, pensai. Di sicuro, più di quella che era servita a Giovanna d’Arco per sopportare il supplizio. Risistemare quel relitto sarebbe stata un operazione degna di un mago o di un santo particolarmente portato per i miracoli.
Troppo preso a resistere alla puzza d’aglio, anche questa volta rimasi in silenzio ed estrassi di tasca la pipa che a tempo di record caricai fino all’orlo del fornello e accesi, avvolgendomi in una nuvola di fumo. Era un modesto tentativo per controbattere il suo alito micidiale. Una battaglia persa, nonostante l’aroma del tabacco. Decisi di risalire prima di terminare la mia esistenza nello scafo della Rosamunda, morto soffocato e verde come un pisello.
In pozzetto, mi misi sopravvento al divoratore d’aglio e la brezza fresca m’invase subito i polmoni, tanto che, rinvigorito e rinfrancato nello spirito, mi concessi il piacere di intrattenermi a chiacchierare. Non che volessi trattare l’acquisto della barca, assolutamente No. Sarebbero state solamente quattro chiacchiere, tanto per approfondire la conoscenza con il tipo e sapere qualcosa di più sulla Rosamunda, più per interesse storico che per altro. E, poi, il sole e la brezza erano un piacere da godere.
<> domandò la mia voce, tradendo così il mio intendimento.
Il tricheco si esibì in un sorriso a fauci spalancate, su di un pezzo di panino grande a sufficienza per una porzione, poi, sempre giulivo, lo inghiottì rumorosamente. Una scena degna di un documentario di Piero Angela sugli animali!
<> sputacchiò <> Appoggiò il resto del pasto sul boccaporto, si pulì i baffoni con la manica della tuta e aggiunse: <> Abbassò il tono della voce, preoccupato di essere ascoltato da qualche gabbiano, oppure da qualche gatto. <> Stese la manona e mi mollò una micidiale pacca sulla spalla.
Reduce da una zaffata d’aglio da fare arricciare i capelli ad un calvo, stravolto, mi gettai sul cannello della pipa, aspirando come un sommozzatore appena emerso dopo essere rimasto sul fondo privo di ossigeno.
<> feci io <>
<> sbuffò, riprendendo il mezzo panino dal boccaporto <>
<> aggiunsi con un mezzo sorriso di compatimento.
<> ruggì.
<> insistei.
<> Mi squadrò, strizzandomi l’occhio e, nuovamente sottovoce, precisò: <> e con il panino m’indicò il cantiere attorno e nel farlo, aveva assunto un’espressione piena d’orgoglio <>
Seguendo il suo gesto, vagai con lo sguardo sulla desolazione che ci circondava. Avevo l’animo colmo di perplessità.
<> propose e terminò con un’altra manata micidiale: <>
Scese la precaria scala di legno e, senza attendermi, si diresse caracollando verso la baracca della “Direzione”. Io, come se la puzza d’aglio mi avesse ottenebrato la volontà, o come con l’etere avessi raggiunto quella semi incoscienza che prova chi si sta sottoponendo ad un intervento chirurgico, lo seguii e, fatti pochi passi, per un attimo ebbi ancora la voglia di lanciare un ultimo sguardo allo scafo avvilito della Rosamunda, ma fu questione d’un attimo, poi raggiungemmo l’ufficio.
Nella “Direzione”, il signor Beppe si sistemò sulla sua sedia, dopo avermi offerto un sedile altrettanto traballante che pose di fronte alla scrivania. Mi accomodai titubante.
<> mi spiegò, lanciando un’occhiata truce verso una vecchia sveglia sistemata su di una mensola assieme con alcuni raccoglitori pieni di fogli ingialliti <>
Afferrò un blocco di carta con la pubblicità di una drogheria e un mozzicone di matita inumidendone la punta sulla lingua, poi inforcò un paio d’occhiali da lettura con una stanghetta rabberciata con del nastro adesivo e si mise, serio, a scrivere.
<> iniziò, tracciando degli scarabocchi illeggibili.

Dopo un’ora ero sulla strada. Mi sentivo come la Rosamunda: un relitto.
Gli abiti mi puzzavano di aglio, il fondo dei pantaloni era una crosta di grasso, avevo le dita sporche e un paio di schegge di legno infilate in un palmo e, fin qui, potevo considerarmi fortunato di essere uscito vivo da quel cantiere decrepito, ma non era così. Dal blocchetto degli assegni ne mancava uno, appena staccato per una cifra che mi avrebbe concesso almeno dieci anni di crociere su navi di lusso ai Caraibi: l’assegno con cui avevo appena acquistato la Rosamunda e commissionato i lavori più importanti.
Ero diventato armatore e presto, appena risistemata e varata la barca, anche comandante. E così, tra sgomento e gioia, cominciava la mia nuova vita di lupo di mare. Come Adamo, mi ero fatto incastrare da una femmina di nome Rosamunda. Aveva ragione mio nonno: la vita si rigenera sempre.

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Soggetto erogante: Regione Toscana

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Il comandante è responsabile del comportamento del suo equipaggio e sanzioni possono essere contro di lui adottate, sino alla radiazione dello yacht dalla prova considerata, senza che altre sanzioni siano escluse.

Come valutiamo il valore storico delle imbarcazioni

La denominazione stessa della associazione indica un’attenzione al valore storico piuttosto che quello di età. Certamente le imbarcazioni di legno e di acciaio anteriori al 1951, quelle indicate come barche d’epoca, hanno sempre e comunque il diritto ad essere dichiarate di valore storico, e lo hanno sicuramente anche le barche considerate classiche, cioè costruite in esemplari unici fino al 1984.
Hanno valore storico le barche che hanno compiuto imprese degne di nota anche se sono recenti e appartengono a serie in vetroresina. Per le imbarcazioni di serie sono stati affinati i parametri che le rendono storiche.

Sono ammesse imbarcazioni:

  • in legno costruite in fasciame classico;
  • costruite in lamellare di legno, strip planking, fasciame incrociato, doppio fasciame, compensato marino anteriori al 1980;
  • in acciaio o alluminio il cui progetto/costruzione abbia un valore storico o rappresenti una realizzazione artigianale che dimostri conoscenza delle tecnologie progettuali e costruttive e valore culturale purché anteriori al 1975;
  • in fibra di vetro solo se appartenenti ad alcuni cantieri e progettate da alcuni progettisti che garantiscano la storicità del modello e di costruzione anteriore al 1984.

C&N, Nautor, Baltic, Hinkley, C&C, Solaris, Benello, Nordcantieri, Alpa, Comet sono un esempio di cantieri di cui apprezziamo la produzione e riconosciamo la storicità.
Sparkman&Stephens, Camper&Nicholson, Frers, Peterson, Holland, Carter, Sciarrelli, Vallicelli, Sciomachen sono fra i progettisti di imbarcazione di valore storico.
Sono ammesse le prime 5 imbarcazioni in vetroresina delle serie costruite da qualsiasi cantiere purché anteriori al 1984.
Sono ammesse imbarcazioni di altri cantieri e altri progettisti non contemplati nella lista solo su valutazione del Comitato Tecnico all’atto della richiesta di iscrizione.

Secondo la loro forma di carena, velatura e stima delle performances saranno inserite in adeguate classi in funzione delle condizioni di vento.
La manifestazione può riunire barche costruite in un arco temporale di oltre 100 anni e l’esperienza insegna che, con qualsiasi tipo di handicap, è impossibile confrontare in regata barche così diverse.
Le regate si corrono quindi in tempo reale e le barche vengono suddivise in classi di similitudine di performance in quella data condizione metereologica, valide quindi solo per ogni singola edizione del raduno.
Non è quindi possibile definire in anticipo in quante classi la flotta sarà suddivisa, né in quale classe sarà inserita ogni barca. Le classi saranno note solo alla vigilia del raduno quando sarà chiaro il quadro delle condizioni metereologiche e quindi delle performance che varie tipologie di barche potranno sviluppare.
Per cercare di riparare a ingiustizie che potrebbero evidenziarsi al cambio dell’intensità del vento rispetto a quello previsto, invitiamo i partecipanti a lanciare sfide dirette a quelle barche che, anche se inserite in classi diverse, rappresentano loro diretti avversari; i risultati di queste sfide aiutano a dare soddisfazione ai partecipanti che si sentono mal giudicati dalla classifica generale.
Per le barche d’epoca e classiche iscritte all’AIVE e munite di rating CIM è prevista una classifica in tempo corretto. Anche le imbarcazioni progettate secondo il regolamento IOR, se presenti in numero significativo, potranno essere classificate secondo gli originari compensi ORC.

Ma, vogliamo precisare che il raduno non è solo la regata. Lo scopo della nostra associazione è la salvaguardia delle barche del passato, della storia dello yachting, della progettazione, delle tradizioni nautiche.
Oltre alle prove in mare ci saranno conferenze, visite ai cantieri di restauro, incontri e allegria per tutti.

Iscrizione Capraia Sail Rally e Vele Storiche a Punta Ala 2025

Capraia Sail Rally e Vele Storiche a Punta Ala

Quota di iscrizione 400€ fino a 12 mt, 500€ fino a 18 mt, 600€ oltre 18 mt.

Per estendere la partecipazione a Vele Storiche a Punta Ala, evento collegato al Capraia Sail Rally, oltre alla quota di iscrizione, è previsto un supplemento di 200€, ridotto a 100€ per i soci VSV.

Vele Storiche a Punta Ala

Per partecipare solo al primo Raduno Vele Storiche a Punta Ala è prevista una quota di iscrizione di 200€ fino a 12 mt e 300€ per le imbarcazioni di lunghezza superiore.

Avendo per questa prima edizione di Vele Storiche a Punta Ala un numero limitato di posti barca, questo evento potrà accogliere le prime 15 barche che avranno completato le procedure di iscrizione.

Per entrambe le manifestazioni le iscrizioni verranno chiuse il 12 maggio.

Ogni richiesta successiva a questa data sarà sottoposta all’insindacabile giudizio degli organizzatori.

Compila il modulo (i campi contrassegnati da asterisco sono obbligatori), quindi clicca sul pulsante INVIA.

La quota deve essere versata, contestualmente all’iscrizione, a mezzo bonifico bancario intestato a:
Vele Storiche Viareggio
IBAN: IT25I0503402802000000570000

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